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Caporalato, immigrati assunti nel Chianti: malmenati e sfruttati da coniugi pachistani

Gli immigrati assunti lavoravano più di 7 ore al giorno e ad ogni sbaglio venivano malmenati. A capo della rete di sfruttamento c’era una coppia di pachistani e altre nove persone. Il tutto è stato scoperto durante le indagini delle forze dell’ordine. Dalida Angelini, della Cgil Toscana: «Fenomeno diffuso da tempo»

Caporalato, immigrati assunti nel Chianti: malmenati e sfruttati da coniugi pachistani

I dipendenti lavoravano in nero 12 ore al giorno, per pochi euro. In ciabatte in pieno inverno e se qualcosa andava storto, subivano anche punizioni corporali. È quello che è stato scoperto dopo un’operazione portata avanti dalla Procura di Prato, individuando uno sfruttamento del lavoro nero di cittadini extracomunitari assunti nei campi di cinque aziende vinicole nelle zone del Chianti. Tra i dipendenti c’erano numerosi profughi giunti dal Pakistan appena sbarcati in Italia, e molti africani provenienti dall’Africa Sub Sahariana: questi venivano tutti reclutati tramite due agenzie di Prato. Per l’assunzione dei rifugiati, sono stati indagati due pachistani, moglie e marito a capo dell’organizzazione, che complessivamente hanno assunto circa 170 persone illegalmente. Oltre ai coniugi, sono stati indagati anche nove pachistani, che gestivano il trasporto dei lavoratori: dopo l’assunzione, tramite l’utilizzo di due navette, gli impiegati venivano condotti da Prato a Firenze, e quindi tra le colline del Chianti. I nove asiatici hanno ricevuto 12 avvisi di garanzia notificati per associazione a delinquere, indirizzata allo sfruttamento di clandestini. Tra gli indagati ci sono anche tre professionisti italiani di consulenza del lavoro, accusati di concorso esterno in associazione a delinquere e distribuzione di documenti falsi, creati per poter eludere la legge sull’immigrazione.

Enrico Rossi: «Legge Martina è un passo avanti»
L’indagine è partita da Prato, dove sono avvenute tutte le assunzioni, ed ha portato a più di 30 perquisizioni tra le province di Prato e Firenze. L’operazione, conclusasi il 10 maggio, ha visto la collaborazione di più forze dell’ordine: la Digos della questura di Prato, la polizia stradale, la polizia tributaria della Guardia di Finanza e il Corpo Forestale dello Stato. Sull’argomento “lavoro in nero”, ha commentato la segretaria generale Cgil della regione Toscana Dalida Angelini, che combatte da tempo lo sfruttamento lavorativo: «La Cgil da tempo denuncia con forza il fenomeno, lo ha fatto anche nell’ottobre scorso in un convegno a Grosseto: in quell’occasione emerse che oltre 3.000 erano i lavoratori schiavizzati, più della metà impiegati nella raccolta dell’uva in maremma, il resto dal grossetano partivano ogni mattina per altre province. Denunciammo allora quanto pare confermato dalla indagine della procura di Prato, cioè che la vita di questi lavoratori è al limite della sopravvivenza. Lavorano, quasi sempre in nero, per 40 euro al giorno, anche per più di dieci ore di lavoro. A questi soldi poi devono essere tolti 5 euro per il trasporto con il pulmino sul luogo di lavoro, 1 euro e 50 per la bottiglia d’acqua, 3,5 per il panino e circa 200 euro al mese per l’alloggio, spesso fatiscente».

Anche il presidente della Toscana, Enrico Rossi, ha una posizione fortemente contraria in merito: «Il caporalato è un problema che va affrontato richiamando anche alle loro responsabilità gli imprenditori agricoli che se ne servono. La proposta di legge Martina è sicuramente un passo in avanti: inasprisce le pene per i “caporali” e prevede la confisca dei loro beni, ma per combattere seriamente il caporalato penso che si debbano chiamare in causa anche gli imprenditori agricoli (o di altri settori) che consapevolmente ne usufruiscono, ad esempio penalizzandoli nell’erogazione dei contributi comunitari, ed agevolare invece gli imprenditori seri nella ricerca di manodopera a tempo determinato».



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