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Festival di Venezia 2016, il docu-film di Rocco Siffredi: “Mia madre mi voleva prete”

Dopo 30 anni di carriera e centinaia di film per adulti Rocco Siffredi mostra ai suoi fan la parte più intima di sé in un documentario sulla sua vita: «Esporre la mia anima davanti alla cinepresa, raccontare la mia vita senza filtri né alterazioni è stato più difficile che apparire nudo». E confessa: «Quando vado su un set mi sento in colpa nei confronti di mia moglie, chiedo sempre il suo perdono»

Festival di Venezia 2016, il docu-film di Rocco Siffredi: "Mia madre mi voleva prete"

Rocco Tano da Ortona, in arte Rocco Siffredi, sbarca alla 73esima mostra del Cinema di Venezia con un documentario sulla sua vita diretto dai francesi Thierry Demazière e Alban Teurlai. Intitolato senza mezzi termini “Rocco”, si tratta di uno dei titoli più forti delle Giornate degli Autori, dove il re dei film a luci rosse, ormai 52enne e sullo schermo da oltre 30 anni, si mette davvero a nudo mostrando la parte più intima di sé (e non quella che oramai conoscono tutti!), quella che centinaia di film per adulti non hanno mai mostrato: ovvero il suo senso di colpa per il demone del sesso. Dopo ogni scena girata Rocco chiede infatti perdono alla moglie Rosza, accanto a lui da oltre 25 anni. «È una donna romantica e quando torno dal lavoro cerco il suo sguardo per capire se mi ha perdonato», ha confessato Rocco. «Ho provato più volte a coinvolgerla per averla vicina – ha aggiunto – ma lei si è limitata a girare quattro-cinque film con me, poi ha detto basta». Ma qual è stato il suo bisogno di raccontarsi in un documentario? «L’ho fatto per sincerità nei confronti dei miei fan – ha detto – conoscono tutto del mio corpo ma non sanno nulla della mia anima. Esporla davanti alla cinepresa, raccontare la mia vita senza filtri né alterazioni è stato più difficile che apparire nudo». Il documentario racconta della sua infanzia da chierichetto (la madre lo voleva prete), delle sua precoci ossessioni, e ancora delle sue fragilità, dei suoi demoni e dei suoi angeli. «Il diavolo è proprio il sesso – ha spiegato meglio – l’ho imparato dall’educazione cattolica che ha reso le mie scelte sempre difficili. Gli angeli sono i componenti della mia famiglia». «La sessualità mi ha attratto come un’amante, ma mi ha anche fatto smarrire in territori complessi», ha spiegato ricordando che già da piccolo voleva aiutare la famiglia, poco agiata, sfruttando il suo corpo. «Questo agio sociale, il riconoscimento che arriva, esige una sofferenza di fondo, lo so. Ancora quando vado su un set mi sento in colpa nei confronti di mia moglie», ha concluso.

Thierry Demazière e Alban Teurlai: «Rocco è crocifisso al corpo delle donne»
«Rocco ha un evidente dimensione analoga al Cristo», spiegano i due documentaristi. «È crocifisso al corpo delle donne e soffre a causa di quello che gli dà da vivere. Porta il fardello dell’uomo moderno che deve e vuole essere tutto allo stesso tempo: stallone, uomo d’affari, sex symbol, marito, padre di famiglia, figlio affettuoso. Lui, simbolo del maschio dominatore, asserisce di fatto di essere dominato dalle donne, schiavo dei loro desideri».



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