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Morte Bernardo Provenzano: la vita e i grandi misteri dell’ultimo padrino

Si è spento Bernardo Provenzano: l’ex boss di Cosa Nostra era malato da tempo ed era ricoverato al San Paolo di Milano. 83 anni, era uno dei leader indiscussi del gruppo mafioso dei Corleonesi, che insanguinò la Sicilia e l’Italia dagli anni Ottanta fino ai primi anni Novanta

Morte Bernardo Provenzano: la vita e i grandi misteri dell'ultimo padrino

Bernardo Provenzano ha chiuso gli occhi per sempre il 13 luglio; l’ex boss di Cosa Nostra aveva 83 anni ed era ricoverato al San Paolo di Milano, poichè stava male da tempo durante la detenzione al carcere di Parma, dove era sottoposto al regime del 41/bis. Nel 2011 gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica; Provenzano era stato arrestato nel 2006 dopo una latitanza record di 43 anni iniziata nel 1963. Se ne va così uno degli esponenti più carismatici ed anche più feroci del cosiddetto gruppo dei Corleonesi, la falange armata di Cosa Nostra che crebbe velocemente a partire dalla fine degli anni Sessanta e che conquistò il potere in mezza Sicilia alla fine dei Settanta ricorrendo alla violenza sistematica e facendo fuori quasi del tutto la vecchia mafia palermitana. Detto “u ragiuneri” o “Binnu u tratturi”, la sua carriera malavitosa inizia nella natia Corleone a fine anni Cinquanta, con gli amici di una vita Totò Riina e Leoluca Bagarella, sotto l’ala protettiva di Luciano Liggio, luogotenente dell’allora padrino di Corleone Michele Navarra.

Le stragi e la strategia del silenzio
Tolto di mezzo Navarra, inizia la scalata al potere dei Corleonesi verso il capoluogo Palermo, grazie anche agli appoggi racimolati dal loro primo grande referente politico, Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici del comune palermitano prima e sindaco della stessa città poi. Dal 1963, Provenzano diventa ufficialmente uccel di bosco dopo un normale controllo alla caserma dei carabinieri di Corleone e per oltre 43 anni sarà introvabile tra mille misteri ed altrettante coperture. Definito erroneamente da Liggio “un cervello di gallina”, in realtà zu Binnu era molto più riflessivo e meno testa calda dei suoi compari; con le stragi degli anni Novanta, capisce che l’unico futuro possibile per Cosa Nostra è nelle sue mani e secondo alcuni fu proprio lui a gettare Riina tra le braccia delle forze dell’ordine nel 1993. Per Provenzano, la mafia poteva sopravvivere solo attraverso una strategia del silenzio e una totale immersione tra le maglie politico-sociali siciliane e italiane, altrimenti la linea stragista e psicopatica di Riina avrebbe portato l’organizzazione al suicidio.

La trattativa Stato-Mafia
Arrestato nel 2006 dopo una lunghissima latitanza, nel corso della quale ha riorganizzato le file di Cosa Nostra ed ha goduto di diverse coperture al punto da riuscire a farsi operare in una clinica di Marsiglia, Provenzano viene immediatamente sottoposto al regime del 41/bis; durante la detenzione ha anche cercato spesso di inviare messaggi all’esterno, non si sa se con successo o meno. A processo per le stragi di Capaci, via D’Amelio e Firenze e per le bombe piazzate a Roma e Milano, Provenzano era anche a giudizio nel processo per la trattativa Stato-Mafia, ma la sua posizione era stata stralciata per le pessime condizioni di salute, nonostante sia stato indicato come l’unico vero regista degli accordi tra mafiosi e istituzioni.



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