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Pet Therapy sempre più diffusa in Italia: ecco il decreto

La Pet Therapy è stata ufficialmente autorizzata negli ospedali e case di cura anche nel nostro Paese. Negli Stati Uniti è già in atto da oltre trentanni

Pet Therapy sempre più diffusa in Italia: ecco il decreto

Finalmente anche in Italia va sviluppandosi la Pet Therapy. Sembra quasi un concetto del tutto nuovo, eppure negli USA è già stato riconosciuto ufficialmente nel 1980. E americano fu proprio il suo scopritore, lo psichiatra infantile Boris Levinson, che nel 1960 sperimentò come curare gli ammalati di depressione o semplice stress: mettendo cani, gatti e canarini a disposizione di ammalati con problemi di salute e ammalati con problemi psichici, creando quella che oggi è effettivamente conosciuta come una co-terapia. In Italia tuttavia questa pratica è ancora in fase di sviluppo, nonostante fu introdotta già nel 1997 nella proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati da Piero Ruzzante, senza avere nessuna ufficializzazione. Solo nel 2003 Carla Castellani promosse il contatto uomo-animale a fine terapeutico. E proprio nel 2003 grazie al Decreto del Presidente del Consiglio, si recepisce l’accordo tra il Ministero della Salute, le Regioni e le Province Autonome, in materia di benessere degli animali da compagnia e pet therapy. Nel decreto si evince innanzitutto che gli animali da considerare per la Pet Therapy sono quelli da compagnia: prevede che le Regioni e le Province Autonome possano gestire autonomamente l’adozione di Pet Therapy, in ospedali o in luoghi di cura. Si stabilisce infine che l’addestramento di animali da compagnia per disabili o per la pet therapy sia da effettuare esclusivamente mediante soggetti con specifiche competenze, ovviamente. Si differenziano in piccoli dettagli i tipi di zoo-terapia…

Le A.A.A., ossia  “Attività Assistite con Animali”, consistono in interventi ricreativi e di supporto psico-relazionale, per il miglioramento della qualità di vita di pazienti con problemi di tipo psicologico, di ogni tipo d’età o categoria. Quindi si parte dai bambini, soggetti portatori di handicap, anziani e detenuti, per finire soprattutto ai malati terminali. Non è necessaria una specifica prescrizione medica. Tuttavia è comunque opportuna l’indicazione da parte di un professionista del settore sanitario o educativo che abbia in carico il soggetto destinatario dell’intervento. Nella A.A.A è possibile utilizzare anche altri animali oltre gatti/cani. Come cavalli (Ippoterapia), asini (Onoterapia) o delfini (Delfinoterapia).

Le T.A.A., ossia “Terapia Assistita con Animali”. A differenza della prima, questi sono interventi individualizzati sul paziente, utilizzati a supporto delle terapie tradizionali, una co-terapia appunto, per la cura della patologia di cui il paziente è affetto. Gli animali in questo caso, sono appositamente educati. L’intervento riabilitativo viene finalizzato verso differenti obiettivi: il recupero di una competenza funzionale che, per ragioni patologiche, è andata perduta. Oppure l’evocazione di una competenza che non è comparsa nel corso dello sviluppo. Oppure ancora la necessità di porre una barriera alla regressione funzionale, cercando di modificare la storia naturale delle malattie croniche e degenerative riducendone i fattori di rischio e dominandone la progressione, o infine la possibilità di reperire formule facilitanti alternative.

Per fortuna in Italia quasi tutte le regioni hanno una struttura adibita per la zoo-terapia, ad esempio adoperando le strutture ospedaliere di stanze singole per ogni paziente, in modo che se il paziente volesse, potrebbe fare la convalescenza con il proprio cane/gatto o animale da compagnia. Come hanno fatto alcuni ospedali della zona fiorentina, in provincia di Firenze, per aiutare i pazienti terminali nell’ultima fase della malattia. Anche questa può essere definita una Pet therapy. Cos’altro dire, se non che è una delle cure più naturali ed efficaci diffuse.



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