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Ragazza discriminata per il velo, Corte d’Appello di Milano dispone risarcimento

La giovane non venne assunta nel 2013 perché indossava un velo islamico, la Corte d’Appello di Milano ribalta la sentenza di primo grado e dà ragione alla ragazza. L’azienda ora dovrà risarcire la giovane di circa 500 euro. L’avvocato: «Sentenza molto importante»

Ragazza discriminata per il velo, Corte d'Appello di Milano dispone risarcimento

Non venne ingaggiata per via del suo hijab, il velo che indossano le donne con credo islamico. È il caso di Sara Mahmoud di Melegnano in provincia di Milano, nata italiana ma di origini egiziane, che ha subìto, come disposto dalla Corte d’appello di Milano, «un atto discriminatorio e d’illegittimo comportamento» da parte di una società di ricerca del personale che, 3 anni fa, decise di non assumerla «a causa della sua decisione di non togliersi il velo». Come scritto nel dispositivo depositato giovedì 5 maggio, la Corte d’Appello civile sezione del lavoro di Milano, ha dato ragione alla parte lesa, definendo discriminante l’atteggiamento della società che ora dovrà risarcire la ragazza con un compenso del danno non patrimoniale «in misura di 500 euro». Una decisione che fin dalle prime udienze non sembrava neanche stata considerata dai magistrati: difatti, durante la sentenza di primo grado nel Tribunale di Lodi, la società l’aveva “spuntata” appellandosi al diritto di selezione delle lavoratrici sulla base d’esigenze estetiche e d’immagine. L’annuncio a cui Sara aveva risposto, infatti, spiegava come l’organizzazione stesse cercando ragazze dai capelli lunghi e vaporosi: una qualità che Sara non mostrava per via del velo. In più, ha spiegato la società attraverso i suoi legali, «i clienti non sarebbero mai stati così flessibili».

L’agenzia: «Togli il velo e scopri i capelli»
Il fatto risale al 2013: Sara, all’epoca 21enne e universitaria, aveva risposto ad un annuncio dell’“Evolution Events”, impresa di Imola che ricercava hostess per volantinaggio per una ditta che avrebbe presenziato al “Micam”, fiera di Rho del settore calzaturiero. Dopo che Sara ebbe inoltrato una mail con curriculum vitae e foto ai referenti dell’annuncio, l’agenzia la contattò chiedendole di poter scoprire il capo e lasciare i capelli visibili. Sara, per questioni religiose, respinse la richiesta ma spiegò di poter venire incontro all’azienda abbinando l’hijab alla divisa. Ma la società rifiutò la proposta, e così la giovane decise di intentare causa tramite gli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri, con cui si era messa in contatto tramite l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). I due legali hanno tutelato la ragazza portando avanti le motivazioni di discriminazione «per motivi religiosi e di genere». Viceversa l’azienda portava avanti la propria difesa basandosi sulla poca flessibilità dei clienti, e spiegando in tribunale che tra i requisiti richiesti per «la prestazione di lavoro – era stato scritto in sentenza – non si esaurisce nel distribuire volantini, ma nel farlo prestando la propria immagine con le caratteristiche volute dal datore di lavoro».

Verdetto stravolto
Nel 2014-2015, i giudici di Lodi, vista la convincente difesa della società, rigettarono la richiesta della ragazza, sebbene Sara, assieme ai suoi legali, continuasse a spiegare come il fattore religioso goda di una particolare tutela: «Può essere condizione di assunzione solo quando è essenziale alla prestazione lavorativa e il sacrificio imposto deve essere proporzionato all’interesse perseguito dall’azienda». Sono proprio queste le ragioni che hanno spinto la Corte d’Appello milanese a stravolgere, la situazione dando ragione alla ragazza. L’avvocato Guariso, dopo la svolta, ha spiegato in una nota: «E’ una sentenza molto importante perché riconosce che il diritto all’identità religiosa è un elemento essenziale delle società democratiche e deve sempre essere garantito anche quando comporta un sacrificio di altre esigenze del datore di lavoro non altrettanto rilevanti, come quelle estetiche». Ora Sara, 24enne si è trasferita a Londra, dove indossa l’hijab senza problemi a livello lavorativo.



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