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Isis, giovane mamma si arruola. Poi si pente e fugge: “Un viaggio all’inferno, non partite”

Tra le pochissime donne riuscite a fuggire da Raqqa, Sophie Kasiki con la sua storia vuole far riflettere il mondo intero: «Non mi perdonerò mai per aver trascinato mio figlio in questo inferno. Sono paralizzata dal senso di colpa. È ora un mio dovere morale impedire ad altre persone di essere coinvolte in questo orrore. Per favore, non partite»

Isis, giovane mamma si arruola. Poi si pente e fugge: "Un viaggio all'inferno, non partite"

«Non perdonerò mai me stessa per aver trascinato mio figlio in questo inferno». A parlare è Sophie Kasiki, una donna cresciuta in Francia e convertita all’Islam, che qualche mese fa decise di abbandonare il suo Paese e recarsi in Siria, portando con sé il figlioletto di 4 anni, per arruolarsi con gli altri militanti dell’Isis. Tra le pochissime persone riuscite a fuggire da Raqqa, capitale siriana del Califfato, adesso la donna ha deciso di testimoniare quanto vissuto per convincere chiunque sia intenzionato ad arruolarsi a non farlo, perché niente di quello promesso dalle propagande jihadiste corrisponde alla realtà. «Sono paralizzata dal senso di colpa. È ora un mio dovere morale impedire ad altre persone di essere coinvolte in questo orrore. Per favore, non partite», ha detto intervistata dal quotidiano inglese Observer. Per Kasiki, 34 anni, nata nella Repubblica democratica del Congo e, dopo la morte della madre, cresciuta da alcuni parenti in Francia, è stato un vero e proprio viaggio all’inferno. Lavorava da 4 anni come assistente sociale con le famiglie di immigrati nei sobborghi di Parigi e fu presto vittima del lavaggio del cervello di tre musulmani, tutti più giovani di lei. Si convertì all’Islam senza dire niente al marito, convinto ateo, e si tenne in contatto con i suoi manipolatori dal 2014, quando questi ultimi decisero di tornare in Siria per militare nell’Isis. Non passò molto e convinsero anche Sophie a fare lo stesso, facendo leva sulla sua insicurezza e sul suo carattere decisamente debole. Mentì al marito, dicendogli che sarebbe andata in Turchia per qualche settimana per andare a lavorare in un orfanotrofio, e che avrebbe portato con sé il loro bambino.

Minacciata di morte, le fu vietato di tornare a casa
Sophie arrivò in Siria nel febbraio del 2015, ma la realtà promessa dai jihadisti era totalmente diversa da quella che sin da subito aveva potuto notare: non poteva camminare per strada da sola, e doveva assolutamente interrompere ogni rapporto con la sua famiglia in Francia. Inoltre doveva sempre portare un passaporto per eventuali controlli. Ma fu quando si rese conto delle squallide condizioni in cui versavano le donne nell’ospedale neonatale in cui lavorava, che capì quale enorme errore aveva commesso. Ingenuamente chiese di poter far ritorno a casa, perché il bambino aveva bisogno del padre. Non sapeva che una volta giunta a Raqqa sarebbe stato quasi impossibile far ritorno a casa, proprio come tutti quelli che, manipolati tramite la propaganda jihadista, si erano arruolati in Siria e in Iraq. Pochissimi infatti sono riusciti a scappare, tutti gli altri sono stati uccisi durante la fuga. Ed è quello che sarebbe successe anche a lei: «Ho chiesto di tornare a casa. Ogni giorno gli dicevo che mi mancava la mia famiglia e che mio figlio aveva bisogno di vedere suo padre. Ma mi hanno risposto che ero una donna sola con un bambino e per questo non sarei potuta andare da nessuna parte. Se avessi provato a fuggire mi avrebbero ucciso. Mi hanno anche ordinato di portare mio figlio a pregare nella moschea, ma ho ricevuto un pugno in faccia per averli contraddetti».

Riuscì a fuggire il giorno del suo matrimonio
«Siamo stati trasferiti in una prigione dove c’erano altre donne e bambini che erano costretti a guardare in tv le decapitazioni commesse dagli uomini del Califfato. L’unico modo per uscire da lì era sposare uno di loro». E proprio durante l’organizzazione del suo matrimonio, Sophie trovò un modo per tornare a casa, fuggendo da quell’inferno. «Mentre i miei carcerieri organizzavano le nozze – racconta al quotidiano inglese – notai una porta non chiusa a chiave e riuscì a scappare». Una famiglia siriana gli permise di telefonare al marito per chiedere il suo aiuto. Fu accompagnata da un giovane al confine della Turchia il 24 aprile scorso e tornò a Parigi, salvando se stessa e il figlio. Fu subito interrogata dall’intelligence francese e tenuta in carcere per due mesi senza poter parlare con i suoi cari. Oggi è libera e con la sua testimonianza vuole far riflettere il mondo intero.

«Per favore, non partite»
«Mi sono chiesta più volte come avrei mai potuto continuare a vivere dopo quello che avevo fatto soprattutto a mio figlio. Ho cominciato a odiare quei mostri che mi avevano manipolato, sfruttato la mia ingenuità, la mia debolezza e insicurezza. Sono arrivata anche a odiare me stessa», ha detto Sophie. «Non mi perdonerò mai per aver trascinato mio figlio in questo inferno. Sono paralizzata dal senso di colpa. È ora un mio dovere morale impedire ad altre persone di essere coinvolte in questo orrore. Per favore, non partite», ha concluso.



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